Favole e tradizione popolare

La donna che aveva superato la menopausa  era la narratrice di favole, trasmetteva le ricette con le medicine naturali, insegnava ai bambini i valori ed i principi della religione tradizionale; una funzione essenziale che si è dissolta con lo sviluppo della società postindustriale e con la dequalificazione di ruolo e di significato dell’anziano. La musica in questi contesti narrativi non è una forma rigida, ma si veste e prende senso a seconda della visione propria del suonatore di che cosa evoca in lui quel particolare favola o il pubblico.

Nelle processioni dedicate alla Madonna ci sono sempre stati canti  che l’accompagnavano, e movenze ritmo-melodiche pagane. La pulsione ritmica anche se disorganica è sempre viva, sia  nella confusione di una festa rituale dove la stanchezza del sacrificio fa parte del contesto, che nella partecipazione narrativa del raccontafavole, circondato da gente di tutte le età . Ritornano i canti e le musiche che sono vissute per anni  nelle campagne, nei paesini, spesso abbandonati dagli emigranti .

Il popolare è il racconto di esperienze di vita in prima persona, sono i volti scavati dalla fatica, mani piene di calli, il vestito della domenica sgualcito e impolverato che viene rammendato in onore delle festività. Frammenti di vita umana che si traducono in musica e danza, in una coreografia fatta di realtà e di testimonianze che non abbisognano di parlare. Si pensi anche ai materiali con cui sono costruiti i tamburi a cornice o tammorre: pelle di capra, filo di ferro, chiodini, pezzi di latta ritagliati da scatole di confetture che diventeranno poi i sonagli. Tutto serve, ad uno scopo altro, può essere riciclato ritrasformandolo, e ri-plasmandolo in un è in divenire, in una continua trasmutazione della materia, un’ alchimia che attraverso parti inanimate del quotidiano si fa suono, : così come vi sono precisi rapporti e nessi di senso tra strumenti musicali e di lavoro; quando la voce non basta è la percussione dell’oggetto del quotidiano che diventa il naturale sostegno e prolungamento della fatica di vivere.  La favola popolare all’origine è la funzione magica primitiva che ci ricollega al tutto; là dove essa è ancora viva nei paesi e nelle campagne, nei rituali religiosi pagani, nelle feste, nella danza, e nella musica con i suoi strumenti : flauti, launeddas, fisarmoniche , organetti, ciaramella, zampogne, scacciapensieri, tammorre, castagnette, cupa cupa e altro ancora, in relazione con la fioritura degli alberi, le stagioni, i rapporti umani, le sonorità della natura,  i suoi equilibri, il movimento e la vita stessa con le sue sfumature. Dipende dal contesto “culturale” in senso aperto, (quindi cultura è tutto, il ciabattino, il lattaio, l’odore degli indumenti del contadino appena uscito dalla stalla, il vino che fermenta, la legna bagnata sul fuoco) in cui si vive, dalle associazioni simboliche, dalle possibilità rievocative, che fin da piccoli s’imparano a fare: ascoltare e raccontare storie.

                               

                 

Centro Trevi

Bolzano

 

21/23 Giugno 2003

 

dalle ore 18.00

 ingresso libero

 

 

 

FAVOLA POPOLARE   NAPOLETANA

IN MUSICA“

Aniello e Anella

Favola popolare della tradizione campana

Tratta da

 Fiabe Campane

 i novantanove racconti delle dieci notti

di Roberto De Simone- Einaudi Editore

(Traduzione dal napoletano di Roberto De Simone)

 

Giovanni Coffarelli 

Narratore

Canto popolare, tammorra

 

e i  Tantauàje

Alessandro D’Alessandro

Mandola, mandolino, chitarra, tammorre

Daniele Mistura

Fisarmonica

Francesca Premier

Violino

Renato Sclaunich

percussioni

 

 

Ć erano un fratello e una sorella, che si chiamavano Aniello e Anella. E andavano a scuola dalla maestra sarta. Il padre, la mattina, prima di andare al lavoro, apriva la cassa per prendere le noci e darle ai suoi bambini.

La cassa (era una di quelle antiche, dal coperchio pesante) l’apriva il padre, che naturalmente aveva più forza; la mamma prendeva le noci e le dava ai figli che andavano a scuola, dalla maestra.

Una mattina il padre si dimenticò di aprire la cassa. E i bambini dicono:

- Mamma, noi andiamo dalla maestra. Non ci date le noci ?

La mamma risponde:

- Papà vostro se n’è andato poco fa, e io non ho la forza di sollevare il coperchio della cassa.

I bambini non replicarono e se ne andarono a scuola.   La maestra domandò:

-Tutte le mattine portate le noci. Come mai oggi non le avete portate?

E i bambini :

-La cassa è pesante : mammà non può aprirla da sola. Stamattina paà era già uscito di casa, altrimenti lo avrebbe fatto lui, e poi se ne sarebbe andato al lavoro.

E la maestra:

-La prossima volta, lasciate prima andar via vostro padre, non chiedete subito le noci. Poi, mettetevi a piagnucolare. Se vostra madre dice che non se la sente di aprire la cassa, rispondete: <<Mamma, voi la aprite, e noi reggiamo il coperchio con le mani>>Ma quando lei avrà chinato la testa nella cassa, voi lasciate il coperchio e venite da me.

I bambini, seguendo il consiglio, una mattina che il padre era già andato via, si intestardirono:

-Vogliamo le noci ! Vogliamo le noci! Suvvia, mamma, voi aprite, noi reggiamo il coperchio, e voi le prendete!

La mamma, per contentare i figli, sollevò il

coperchio; ma mentre i bambini lo reggevano, leisi abbassò con la testa nella cassa per prendere le noci. Allora essi lasciarono il coperchio,                                                        

 e la mamma restò con il collo dentro e con il corpo fuori. ….E i bambini corsero dalla maestra.

 

I° canto

 

“ Fenesta ca lucive”

 

La maestra :

-Zitti ! Zitti!-. Diede loro delle caramelle, dei dolcetti per tirarli dalla parte sua, per farsi

voler bene.- Non dite nulla a papà. Io vi dò questo..vi dò quello…-.  

   Insomma, tanto fece che convinse i bambini a

 dire al padre:-

-Papà, noi vorremmo che vi sposaste con la maestra, perché la maestra ci vuol bene.-

 

Un bel giorno, per contentare i figli che sempre insistevano, il padre si decise a fare quel matrimonio. Ma la maestra, subito

dopo sposata, pensando di sbarazzarsidei figliastri, disse ai bambini: -Su da bravi, perché non andate a raccogliere un po’ di legna ?-

E loro : - Ma noi ci sperdiamo-

E la maestra insiste :           -Io vi do un po’ di segatura, che voi, strada facendo, dovete lasciar

cadere. Seguendo la segatura,voi potrete tornare senza sperdervi-.

Convinse i bambini e questi andarono.Intanto lei, già matrigna, si mise a seguirli, e mentre i figliastri non la vedevano,

 toglieva la segatura da terra. Poi giunsero a un crocevia ed ella se ne tornò.Quando i bambini vollero tornare, la segatu-

ra non si vedeva più, e così si spersero.

II° Canto

Angelarè

 

In quel punto, Anella, che era la sorella, si ricordava sempre di una frase della mamma quando li ammoniva:

             

Non si beve mai a pantanello

Chè si diventa un piccolo agnello

 

Difatti, il fratello aveva una gran voglia di bere, e lungo la strada andava ripetendo ad Anella:

- Sorellina mia, muoio dalla sete !

Ed ella rispondeva :                                                    Aniello, Aniello

Non bere a pantanello

‘chè diventi un piccolo agnello.

Ma tieni e tieni, a un tratto egli non resistette più, si chinò a terra e bevve. E diventò un agnello.

 

 

III° Canto

Sia maledetta l’acqua

 

Anella sciolse il grembiule, vi legò l’agnello e camminava conducendolo con sé. In tal modo capitarono nel giardino del Re.

 

IV° Canto

Vulumbrella

 

Nel giardino del Re c’era un albero di arance. Anella legò l’agnello al tronco, salì sull’albero, e di lassù mangiava le arance e ne gettava anche all’agnello. Presso l’albero di arance c’era un pozzo. Tutt’a un tratto, scende la schiava del Re per attingere l’acqua.

Dall’alto dell’albero si rifletteva nell’acqua del pozzo la bellissima immagine di Anella. Allora, la schiava del Re, che invece era brutta, guardando nel pozzo, credette che l’immagine riflessa fosse la sua, e disse:

 

- Ah, Il Re dice che io sono brutta!

Invece sono bella, Tuppe tuppe,

Ora gliela rompo, la concherella.

 

Ad Anella scappò da ridere, e la schiava, alzando lo sguardo, la vide. Subito corre a dirlo al Re:

 

C’è una giovane sull’albero di arance,

con un agnello legato di sotto !-

-Falla venir qui!- disse il Re

 

V° Canto

Tammurriata

“Uh, cielo, quanno è àveto stu palazzo”

Quando il Re vide Anella, colpito dalla sua bellezza, la volle con sé come cameriera nella sua stanza.La serva del Re si ingelosì

 perché all’altra toccavano i lavori meno pesanti.E giù, in fondo a una stanza profonda, c’eraun animale che chiamavano il Pescecane. Lì venivano gettati gli avanzi della tavola e l’animale li inghiottiva.Ed era sempre la schiava a gettare gli avanzi.

VI° Canto

Vurrìa addeventare pesce d’oro

 

 

Un giorno, questa, ingelosita come si era, disse ad Anella:-Perché deve toccare sempre a me questo lavoro ?

 Oggi devi farlo anche tu.-Tanto fece che Anella si avviò per andare a gettare i rifiuti della tavola in quel luogo. Allora

 la schiava, che era alle sue spalle, le dà uno spintone, la precipita giù, e il Pescecane subito la inghiotte.

Sparita la giovane, il Re prese a chiederne notizie, domandò ai servi, alle guardie, e non  si spiegava perché nessuno sapesse dirgli dove  la giovane fosse andata.La schiava, allora, per disfarsi anche del fratello, cominciò a dire al Re:

 

- Mi è venuta una gran voglia di mangiare

 un po’ di fegato di agnello-

 e lo diceva per fare ammazzare Aniello.Tanto insiste e tanto fa, che, col benestare del Sovrano, dà le disposizioni:

Arrotiamo i coltelli, ammazziamo l’agnello, e ce lo mangiamo.-

Allora l’agnello corse presso la stanza del Pescecane, e diceva:

Anella, mia sorella,

Già s’arrotano i coltelli,

Per ammazzare tuo fratello.

La schiava del Re

Vuole il fegato da me.

La sorella rispondeva:

Aniello, mio fratello,

Io sto in corpo a Pescecane,

Con un giglio d’oro in seno,

Con una palla d’oro in mano,

Io che aiuto posso darti ?

 

-Fermi,fermi! Non arrotate!-

 

 dicevano coloro che sentivano.

– Arrotate ! Arrotate!-

comandava la schiava, perché sapeva bene cosa si nascondeva. Si arrotavano di nuovo i coltelli, e l’agnello ripeteva:

 

 Anella, mia sorella,

Già s’arrotano i coltelli,

Per ammazzare tuo fratello.

La schiava del Re

Vuole il fegato da me.

Ed ella rispondeva:

Aniello, mio fratello,

Io sto in corpo a Pescecane,

Con un giglio d’oro in seno,

Con una palla d’oro in mano,

Io che aiuto posso darti ?

Dopo tre volte, tutti dicono :

-Fermi!-.

 

E i coltelli non si arrotolavano più.Pungono l’agnello, che  assume subito sembianze umane. Poi con una spada scendono giù in quel luogo, tagliano la testa al Pescecane, gli aprono  il ventre. E fecero così “Sant’Aniello e Sant’Anella”. Poi prepararono una botte piena di pece e vi gettarono dentro la schiava

.E questo è il racconto e cuccurucù

Se lo sai meglio, raccontalo tu.